Finanziarizzazione: limiti e vie di scampo
Paul H. Dembinski e Federica Vigano
n°3, 2008
Equilibri
Per quanto riguarda la finanza, le società occidentali si trovano oggi in una situazione paradossale. Nell’attività lavorativa, a causa dell’andamento borsistico, l’uomo occidentale è contemporaneamente sottoposto alla pressione dell’efficienza e al rischio della disoccupazione; nella vita privata, come consumatore, è assillato da tentazioni consumistiche e scadenze di pagamento; infine, come essere umano e, in alcuni casi, come genitore, tenta di resistere a tutte queste pressioni e di salvaguardare un’area d’indipendenza e di verità –un’oasi di umanità, per così dire. La logica finanziaria è la fonte di tutte queste pressioni. Ma perché esistono e possono portare talvolta alla violenza sia fisica che mentale?
In teoria, si dice, tutto ciò è fatto per il «suo bene»! L’uomo occidentale è il beneficiario dei frutti futuri della finanziarizzazione - a condizione, naturalmente, che impegni tutte le sue energie quotidiane per garantire il perfetto funzionamento di una macchina finanziaria in cui ha investito le sue speranze (e il suo denaro). Nei termini di questo patto economico che sta alla base della società occidentale, il risparmiatore/azionista di oggi potrà, al momento della pensione, godere dei frutti degli anni di lavoro. È proprio la prospettiva di una vita di riposo che spiega i sacrifici che le società libere sono disposte a fare pur di accumulare ricchezza.
Il progresso materiale ottenuto nel corso dei due secoli passati è in gran parte dovuto alla capacità del mondo occidentale di risparmiare e investire. La rivoluzione industriale è avvenuta ed è continuata con ondate successive fino ai giorni nostri grazie anche alle tecniche finanziare che hanno permesso di investire i risparmi su larga scala. Per quasi tutto questo arco temporale, i risparmi erano usati per scopi senz’altro redditizi, ma il cui fine ultimo non era esclusivamente la performance finanziaria. La finanza era un mezzo necessario ma non sufficiente per raggiungere altri traguardi e, in qualche modo, riconosceva la sua incapacità a definire tali traguardi. In tempi più recenti, invece, quando la moltiplicazione infinita dei beni è diventata fine a se stessa, come un traguardo che sovrasta tutti gli altri, la finanza ha preso le sembianze della tirannia.
Benché la paura per il futuro porti ad atteggiamenti cauti e all’accumulo di risorse finanziarie, essa non ci dà indicazioni su come queste ultime vadano usate (se non nelle emergenze). «Come spenderle?», il titolo del patinato supplemento al più prestigioso quotidiano finanziario del mondo, il londinese «Financial Times», riflette l’incapacità degli “assets finanziari” di attribuire un significato all’esistenza.
Il problema di come spendere la ricchezza accumulata non può essere separata dal significato. Non è un caso che in questo momento la filantropia e la beneficenza ostentate siano così di moda. È quindi naturale ritornare al dilemma: «Finanza; serva o ingannatrice?», e cominciare ad indagare il suo significato profondo .
La finanza rappresenta un mezzo per raggiungere uno scopo, o uno scopo di per sé ? Dove siamo noi oggi se oscilliamo tra la natura priva di gratitudine della finanza come mezzo e l’euforia della finanza come fine? La finanziarizzazione trascina l’Occidente, e con l’Occidente anche il resto del mondo, nella direzione della finanza -tiranno. Questo processo è deterministico, inarrestabile, spinto dall’ineluttabile morsa di acciaio della storia umana, è un processo che contiene in sé i propri limiti o è piuttosto un processo reversibile che, se si ha l’intenzione di farlo, può essere limitato e contenuto?
In questa sede discuteremo tre aspetti del problema: (i) i tre limiti interni al processo di finanziarizzazione, (ii) i suoi limiti esterni e (iii) i possibili interventi per tenerlo a freno.
(1) I limiti interni inerenti al processo stesso
(a) Lo spettro della sterilità
Le transazioni finanziare forniscono una via di uscita per i partner paritari di una relazione grazie all’oggettivazione del valore che fino a quel momento era stato dato dal mercato attraverso i prezzi. È pertanto poco sorprendente che i tentativi di «aumentare il valore» facciano parte dell’arsenale di coloro che cercano di troncare la relazione ottenendo un profitto e di coloro che si guadagnano da vivere con le transazioni stesse. Tutto il «rumore di fondo» di queste esula, in linea di principio, dalla relazione stessa. Il potenziale, o valore, di una relazione è riconosciuto in primis dai partner dai cui essa dipende. Essi ne sono soddisfatti e non hanno bisogno di gridarlo ai quattro venti. Visto che la relazione è per definizione aperta al futuro e che il futuro dipende (naturalmente, insieme ad altre molte variabili) dalla fiducia, dalla lealtà e dall’impegno delle parti, la relazione non ha un valore oggettivo indipendente dalle parti. Pertanto è una realtà opaca, al contempo fertile e fragile. Come abbiamo detto, la finanziarizzazione riguarda lo sfruttamento delle relazioni su larga scala a scopo transazionale. In una relazione, tale processo avrà un impatto diretto sui rapporti tra le parti e queste saranno più caute e meno disposte a impegnarsi in relazioni future.
Che cosa accade a un rapporto quando una delle parti cerca di uscirne?
Appena il partner prigioniero ne diviene consapevole, sviluppa un senso
di insicurezza che logora la fiducia e che può anche portarlo ad
adottare astute strategie di rivincita e di rivalsa. Tale comportamento,
sottrae alla relazione parte della sua stessa natura e del suo potenziale
di sviluppo futuro. Lo «psicodramma» che ne consegue può
avere conseguenze devastanti dal punto di vista economico e sociale e
distruggere la relazione stessa.
L’impegno su cui si basano la fertilità, la crescita e la
moltiplicazione dipende a sua volta dalla fiducia. I progetti di investimento
presuppongono e contano sulla collaborazione e quindi sulla fiducia tra
le parti; in altre parole su una relazione stabile e duratura nel tempo.
Le fondamenta di ogni investimento sono l’apertura, l’accettazione,
la fiducia e anche la negazione di sé nella speranza di un ritorno
e di un profitto. Tutto ciò è possibile solo in una relazione
duratura. Se questo viene a mancare, la mancanza di fiducia verso il futuro
e verso le altre parti inibisce la collaborazione e la creatività,
bloccandole in una gelida sequenza meccanica di botta e risposta transazionale,
distruggendo così qualsiasi possibilità di collaborazione.
Una relazione è per definizione una successione di bilanciamenti
che, come nel camminare, la rendono più dinamica e ne aumentano
il potenziale. La prospettiva delle transazioni future rende le relazioni
sterili e l’economia e la società risultano meno flessibili
Ciò è quanto accade se, invece di aver fiducia nella capacità
dell’altro di riequilibrare il rapporto, se necessario, ognuna delle
parti cerca solo una via di fuga.
A che scopo instaurare nuovi rapporti se la sfiducia cresce? Quando essa
aumenta, ognuna delle parti cerca contemporaneamente di proteggere se
stessa e di avere il controllo sulle attività e sull’operato
della controparte. Questo rende la relazione economicamente meno efficiente,
aumentandone i costi e riducendo la produttività. Una relazione
che sia puramente formale perderà rapidamente il suo margine di
profitto. Il limite verrà raggiunto quando i costi del controllarsi
e sorvegliarsi a vicenda saranno pari a quanto è ragionevolmente
prevedibile aspettarsi dalla relazione stessa. A questo punto la relazione
diventa sterile. Quando la sfiducia si diffonde, non può più
esistere collaborazione, creatività o innovazione. La sterilità
economica incombe. Questo è il primo dei limiti interni alla finanziarizzazione.
La sterilità raggiunge il suo apice quando i rapporti finanziari vengono scelti non per il loro potenziale creativo ma soltanto perché possano avere un valore di mercato e quindi una rinegoziabilità. Tale sfruttamento estremo dei rapporti a scopo transazionale fu già condannato all’inizio del 2007 dalla Banca dei Regolamenti Internazionali che definì tale sfruttamento la strategia del «generare e distribuire». Prima che la crisi dei subprime, avvenuta nella metà del 2007, le fornisse una dimensione morale, questa condanna era puramente tecnica, basata sul fatto che gli acquirenti di securities non erano informati dei rapporti finanziari che li regolavavano. Quando i rapporti vengono instaurati semplicemente a fini transazionali, abbiamo a che fare con un’eclatante inversione dei ruoli tra i mezzi e i fini. Come dimostrano la crisi dei subprime e gli strumenti finanziari che sono stati creati in questa scia, molte delle innovazioni finanziare degli ultimi anni riguardano proprio questo tipo di inversione.
(b) Complessità
Il dilagare di transazioni che progressivamente coinvolgono componenti sempre più sofisticate della realtà economica hanno reso il sistema molto più complesso. Le transazioni e le relazioni che le sottendono sono sempre più strettamente regolamentate e non possono essere comprese o realizzate senza un’intera squadra di qualificati intermediari.
Questa crescente complessità è dovuta a vari fattori. Le
risorse disponibili, grazie a computer e database, rendono possibile inventare
prodotti finanziari sempre più raffinati e permettono di eseguire
sofisticate transazioni con una precisione infinitesimale. Gestire somme
immense con la precisione di appena qualche centesimo di punto percentuale
richiede un apparato tecnologico e di regole estremamente complesso. La
fragilità del meccanismo di mercato è stata discussa in
maggiore dettaglio nelle pagine precedenti. Per preservarne l’efficienza
teorica, la società moderna lo ha avvolto in una rete sempre più
fitta di regole e procedure.
La difficoltà di diagnosticare correttamente i recenti shock finanziari, come quello causato dalla crisi del Long Term Capital Management del 1998, è in parte dovuta proprio a questa densa rete di connessioni. Il sistema è ormai diventato così complesso che anche gli interlocutori più attenti e informati, le Banche Centrali, hanno difficoltà ad afferrarlo. La trama di rischi e contratti condizionali è così complessa che la finanza globale viene sempre più considerata come un’entità totale e compatta – un processo anonimo – in cui l’autonomia dei singoli partecipanti è praticamente inesistente.
Anche il “giocatore” più sofisticato non può gestire questa complessità e gli operatori individuali cercano di circoscriverne il terreno, stabilendo procedure che permetteranno loro di gestire almeno determinate aree della finanza. Ciò è vero per gli indicatori di sostenibilità così come per le matrici della Responsabilità Sociale d’Impresa (Corporate Social Responsibility, CSR) create oggigiorno dalla società civile e da organismi di controllo. I governi si comportano in modo analogo, creando standard e regole in alcune aree specifiche e imponendole agli operatori. Tuttavia la complessità rimane. La semplice creazione di procedure, accompagnata da una rigida divisione delle responsabilità, non riesce a fare fronte a questa complessità poiché la finanza è un’attività intrinsecamente innovativa e i mercati non sono, per definizione, aree aperte. Benché i suoi limiti siano stati chiaramente dimostrati, in particolare durante i periodi di crisi, la proceduralizzazione rimane l’unico metodo in uso a livello istituzionale e nell’ambito di tutto il sistema. Nonostante i tentativi di arginarne gli sviluppi, i cambiamenti descritti stanno inevitabilmente trasformando la finanza moderna in un processo anonimo: un aereo senza pilota ma con un numero enorme di passeggeri.
Come la sfiducia, la complessità della finanza, moderna con i suoi rischi nascosti e imprevedibili e la sua fragilità, costituisce il secondo limite interno della finanziarizzazione. Oltre un certo limite, l’aumento di complessità può far sprofondare nel caos le società finanziarizzate – come sembrano indicare alcuni degli scenari della teoria matematica delle catastrofi. Secondo questa teoria, i sistemi più complessi possono perdere ogni controllo in seguito al verificarsi di cambiamenti anche minimi. I ricercatori hanno usato queste teorie per spiegare il crollo di varie società nel corso della storia suggerendo, per esempio, che il crollo di alcuni ordini sociali, come quello dell’Antica Roma (Tainter Joseph, The Collapse of Complex Societies, New York, Cambridge University Press, 1988, 250 pp.), era dovuto alla loro eccessiva complessità. Da un lato la complessità è fonte di efficienza e di precisione; dall’altro è sorgente di fragilità e di costi di gestione e monitoraggio. Quando i costi, che al giorno d’oggi sono spesso socializzati, eccedono l’aumento di efficienza, la finanziarizzazione non avrà più alcuna funzione economica. Le cose procederanno in senso inverso, ma il processo sarà, con tutta probabilità, disordinato.
(c) Concentrazione del potere economico
Come abbiamo visto, la finanziarizzazione si basa sulla concentrazione del potere economico e finanziario che, a sua volta, amplifica questa concentrazione. Il nascere di grandi strumenti di risparmio come i fondi pensionistici e i fondi di investimento ha creato dei mega-partecipanti capaci di gestire somme senza precedenti, accelerando così la creazione di transazioni finanziare e fomentando il processo di finanziarizzazione. Per controllare i costi, in modo particolare i costi d’intermediazione e di gestione, questi mega-“giocatori” hanno incoraggiato lo sviluppo di intermediari di tali dimensioni. La liquidità viene incanalata verso mercati più vasti, gli unici in grado di assorbirla. Di conseguenza, la capitalizzazione delle borse nei paesi OCSE è aumentata a dismisura (così com’è aumentato a dismisura il volume delle transazioni e delle commissioni). In tal modo, come abbiamo visto, c’e’ stato un consolidamento dei grandi intermediari e le remunerazioni si sono ampiamente polarizzate. Lo stesso processo è anche evidente nell’ambito delle citate Grandi Imprese (Very Large Companies, VLC), cuore della vera economia.
È chiaro che la legittimità morale, tecnica e sociale di cui gode, in questo momento, il principio di remunerazione proporzionale del capitale, ha accelerato, per motivi puramente matematici, il processo di concentrazione. Processo oggi ulteriormente stimolato dalla finanziarizzazione con il suo ampio numero di transazioni. Ideologicamente, questa tendenza è giustificata dalla dottrina del «valore dell’azionista». I beneficiari sono gli intermediari finanziari e i manager aziendali, e solo marginalmente i destinatari finali, cioè i pensionati presenti e futuri. La finanziarizzazione non ha né aumentato le loro pensioni nè diminuito la durata dei contributi, ma nel frattempo alcuni amministratori delegati e intermediari hanno visto i loro introiti moltiplicarsi.
Questa concentrazione del potere economico parrebbe coinvolgere prevalentemente i paesi del Nord del mondo, ma le apparenze possono trarre in inganno. La globalizzazione delle forniture e delle reti di distribuzione fanno sì che le citate VLC influenzino le economie sia nel Nord che nel Sud. La concentrazione delle risorse e delle leve economiche nelle mani dei pochi non è passata inosservata dalle masse affamate del Sud. Mentre il Nord tra breve lavorerà soltanto per garantirsi le pensioni, il Sud a tutt’oggi arriva appena a guadagnarsi il pane quotidiano. Benché alcuni paesi del Sud siano riusciti a tenere il passo con il gruppo di testa, tale ineguaglianza non può continuare a crescere senza scatenare un risposta di qualche sorta: espulsione, rifiuto o vera e propria aggressione.
La recente emergenza dei ben noti fondi sovrani è stata fonte di preoccupazione per il Nord del mondo. I massicci investimenti da parte di questi fondi in banche gia indebolite dalla crisi del 2007-2008 potrebbero preludere a una inversione di tendenza. Infatti, potrebbe accadere che gli azionisti non diano importanza solo al valore per l’azionista e intendano usare questo loro nuovo potere per altri scopi, diversi dalla semplice crescita dei loro beni. Questo potrebbe essere uno dei modi in cui altri obiettivi, anche politici, possono sfidare e minacciare la finanziarizzazione. Lo stesso si potrebbe dire, ma con molte riserve, riguardo agli strumenti d’investimento emergenti che nascono dalla filosofia della sostenibilità e della responsabilità sociale delle imprese. Tuttavia, al momento, il loro raggio di azione è più piccolo e meno mirato rispetto a quello dei fondi sovrani.
La concentrazione del potere economico nelle mani di un numero ristretto di protagonisti finanziari, ivi inclusi i fondi sovrani, minaccia lo sviluppo futuro della finanziarizzazione, poiché suggerisce che la crescente ineguaglianza potrà giungere alla soglia della tolleranza. Come ci dimostra la storia, la ricchezza e l’arroganza esibite dei pochi può, alla fine, diventare intollerabile per le masse che subiscono una esclusione . Così, la crescita dell’ineguaglianza, indicata da un gran numero di misure nazionali e internazionali, va vista come un ulteriore possibile limite alla finanziarizzazione.
(2) Limiti interni alla natura umana
Oltre ai propri limiti interni, il processo di finanziarizzazione può anche andare incontro ad ostacoli esterni. Tre di essi verranno brevemente menzionati in questa sede: (i) il senso diffuso della perdita di significato della vita, (ii) l’erosione dei principi etici e (iii) il senso etico dell’alienazione e dell’impotenza. Questi ostacoli sembrano inerire alla stessa natura umana.
(a) Transazioni: oltre il conflitto di interesse
Cose che sarebbero state inammissibili solo pochi anni fa, sono ormai accettate nell’affannosa ricerca dell’efficienza finanziaria. La lunga lista di scandali e pratiche dubbie denunciata dai media, dimostrano che l’attuale società del «chi vince prende tutto» (winner-takes-all) tollera sempre meno i perdenti. La lotta per la sopravvivenza è feroce e rimanda, a volte, alla hobbesiana guerra di tutti contro tutti. In una tale società i deboli, gli ingenui, i creduloni, i meno colti e gli immigranti non sono oggetto di simpatia ma costituiscono piuttosto dei target di marketing e rappresentano un’opportunità di arricchimento da parte di altri.
Lo scontro e la ricerca aggressiva del profitto stanno emergendo anche in aree in cui, fino a qualche tempo fa, prevalevano rapporti basati sulla fiducia, aree in cui gli agenti avrebbero dovuto agire nell’interesse del cliente. Ciò accade quando le informazioni sono distribuito in modo asimmetrico, come nella maggior parte dei settori dei servizi. Tradizionalmente, medici, avvocati, commercialisti, venditori – e perfino asset manager – sentivano il dovere morale di difendere gli interessi del cliente, se necessario anche a scapito del proprio tornaconto economico. Questo dovere faceva parte dell’etica professionale che, tramandata di generazione in generazione, si fondava sulla convinzione morale che le persone non dovrebbero sfruttarsi economicamente l’un l’altro. Gli agenti dilaniati tra la lealtà verso il proprio portafoglio e la lealtà verso i propri clienti, erano interiormente equipaggiati per resistere alla tentazione. Oggi, come ha dimostrato la brillante analisi di Tamar Frankel, le cose stanno cambiando: nelle professioni che fino a poco tempo fa erano basate sul rispetto degli interessi del cliente, si è verificato uno slittamento progressivo verso rapporti di tipo contrattuale. Tale cambiamento ha senso soltanto se le parti condividono le informazioni in modo paritario, il che chiaramente non avviene per le professioni che si basano sulla conoscenza e sulla competenza. Questo spostarsi verso la contrattualizzazione, che è una forma di transazione, fa parte di una più ampia tendenza che svaluta i rapporti mettendoli in secondo piano.
Questa tendenza, per di più, rafforza la posizione dell’agente, poiché una volta firmato il contratto, il suo unico dovere è quello di portare a termine gli obblighi definiti dal contratto. Così il problema che il cliente capisca il significato e la portata del contratto diventa irrilevante. Questa tendenza verso la contrattualizzazione di tutti i sevizi fa parte della ricerca di protezione legale da parte dei professionisti e del loro desiderio di abbandonare i principi etici che prima imponevano loro di difendere gli interessi dei loro clienti o dei loro pazienti .
Questa tendenza porta a situazioni in cui si può legalmente abusare dei rapporti basati sulla fiducia. La fiducia e il servizio non contano più: solo le transazioni hanno importanza. Se la tendenza dovesse persistere, eroderebbe uno dei fondamenti della civiltà: il concetto che i più forti hanno il dovere morale di proteggere i più deboli. Questo minimo dovere di cura verso l’altro è alla base della società e della solidarietà. Come ha indicato Albert Tévoérdjrè, l’aumento delle transazioni a meno che non venga temperato dall’etica, può erodere il fondamento stesso della società: «I mali della civiltà industriale nascono da principi applicati a livello capillare al fine di aumentare la produzione e il profitto, cioè la concentrazione e la specializzazione […]. Dal momento in cui l’industrializzazione “specializza” l’individuo, ogni volta che l’economia passa da una forma basata sull’uso a una forma basata sullo scambio, la famiglia viene ridotta alla sua più semplice espressione. La società dell’accumulazione gode di una straordinaria capacità di impossessarsi delle cose […] Ma si può dire che tale società esista realmente?» (Albert Tévoérdjrè, La pauvrete, richesse des peuples, Paris, Collection Economie et Humanisme, Les Editions Ouvrières 1978 p. 33).
In un libro che, a suo tempo, creò scalpore, George Soros ricordava che anche il più perfetto dei mercati poteva finire col distruggere il tessuto sociale, a meno che non fosse sostenuto da una solida struttura etica e culturale . Le pagine predenti hanno descritto il meccanismo attraverso cui la fiducia viene sistematicamente sfruttata dalle transazioni eseguite esclusivamente a scopo di profitto (capital gains). Questo processo, teso a carpire il valore e mosso dalla finanziarizzazione ha un impatto distruttivo sulla società. Alimenta un modello malsano che si autoperpetua, perché nessuno vuole restarne tagliato fuori. Questa corsa ai guadagni mediante le transazioni, può compromettere irreversibilmente il tessuto sociale. Da un punto di vista sociale e non puramente economico, gli aumenti di efficienza che possono essere quantificati in termini di aumento del PIL, devono essere contrapposti agli effetti deleteri sulla società, i quali sono reali, anche se non quantificabili e pressoché invisibili. L’unico modo di fermare questo processo di erosione è di prendere l’iniziativa e riportare i rapporti e le transazioni al loro posto.
(b) Alienazione Etica
Il diffondersi delle procedure e delle regolamentazioni ha come scopo di organizzare la società nel modo più razionale ed efficiente possibile – cioè renderla prevedibile, standardizzata e controllabile. La proceduralizzazione – che significa chiaramente frammentare i rapporti in segmenti separati (o transazioni) – fa parte del tentativo di spersonalizzare i processi e rendere i ruoli intercambiabili. Se esiste una procedura dettagliata per ogni azione, non ha più importanza se a battere i tasti o a completare le transazioni sia Tizio, Caio o Sempronio.
L’uso di procedure significa, inoltre, che la responsabilità viene suddivisa in ogni singola tappa individuale. Tutti coloro che ne sono coinvolti fanno attenzione alla “propria” responsabilità e non sentono il bisogno di pensare al significato di quello che stanno facendo, per esempio al significato dell’insieme delle procedure in cui sono coinvolti. Alla fine, nessuno si sente responsabile del risultato finale, ma ognuno avverte un’esagerata responsabilità tecnica per il proprio segmento. Non sapendo più perché fanno ciò che fanno, essi diventano dei semplici esecutori che obbediscono ai superiori piuttosto che usare il proprio buonsenso e seguire il proprio carattere. In un mondo compartimentalizzato che impedisce loro di vedere il quadro d’insieme, tendono a ritirarsi in se stessi e a smettere di pensare, obbedendo all’autorità perché hanno paura o perché non possono più fidarsi del proprio istinto di sopravvivenza . I regimi totalitari non hanno mai preteso che tutti credessero alle loro idee, ma chiedevano semplicemente che le persone obbedissero all’autorità ed eseguissero fin nei dettagli compiti definiti con precisione – un fenomeno descritto in numerose opere sul Nazismo e lo Stalinismo .
La finanza, con la sua promessa di una società completamente priva di rischi non è un regime totalitario, ma è certamente totalizzante. La sua complessità la rende ideale per una divisione della responsabilità che separa gli “attori” dalle conseguenze delle loro azioni. Questo perché (a) i mercati sciolgano gli operatori individuali in una più ampia massa, il che per definizione li solleva da ogni responsabilità e (b) la finanza, che nella sua forma più pura richiede la manipolazione di simboli, viene tenuta distinta dalle sue conseguenze tramite la tecnologia e il suo peculiare linguaggio di grandezza e percentuali. Soprattutto, gli “attori” sono protetti perché lavorano nell’ambiente chiuso della finanza, dove si sentono più potenti di altri protagonisti economici . La finanza è indubitabilmente un terreno fertile per «l’alienazione etica». Come gli operai di Marx, alienati perché la ricerca dell’efficienza industriale nega loro il contatto finale con il prodotto ultimo del loro lavoro, i manipolatori sottoposti a rigide procedure possono facilmente diventare indifferenti al significato e alle implicazioni del loro operato. In molti casi l’alienazione etica diventa così un’abitudine – in modo particolare poichè la ricompensa è così alta.
Alcuni decenni fa, Stanley Milgram ha dimostrato che l’abdicazione etica è una caratteristica tipica di situazioni in cui si obbedisce all’autorità. D’altra parte l’economia di mercato si basa, almeno in teoria, sulla libera interazione delle parti, mentre in pratica è il prodotto di società libere. Il dilagare dell’abdicazione etica tra persone che affermano di agire sotto la pressione – e in alcuni casi si tratta dell’autorità – di forze impersonali, e quindi il diffondersi del comportamento simile a quello descritto con tanta acutezza da Stanley Milgram, è particolarmente preoccupante.
(c) Un senso di impotenza
L’alienazione etica – l’abbandono o la perdita di criteri che non siano quelli dell’efficienza – porta a un senso d’impotenza. Questo sentimento paradossale è chiaramente illustrato nel documentario francese Ma mondialisation (Giles Perret, 2007). In un’economia che in teoria si basa sulla libertà di scelta, è impressionante notare che tutti gli attori dicono di non avere scelta, in altre parole, agiscono sotto minaccia. Questo perché la ricerca a tutti i costi dell’efficienza è spinta da un implacabile processo anonimo. L’efficienza viene presentata non solo come un beneficio, ma anche come unico criterio di comportamento. Questo colpo di mano permette all’efficienza di invadere il campo dei fini e di essere percepita come l’unico vero scopo dell’attività umana.
La tecnologia è un campo in cui l’ethos dell’efficienza può facilmente affermarsi. Ma la logica implacabile delle risposte tecnologiche aumenta il nostro senso d’impotenza. Allo stesso modo, i mercati – la massa errante degli azionisti – impongono i loro «sentimenti» agli operatori individuali e se li trascinano dietro. L’unico modo di superare questa sensazione di impotenza è di riformulare le domande – non solo in termini di “come?” (una domanda puramente tecnica) ma anche in termini di “perché” (una domanda che prende in considerazione anche gli obiettivi). Questo, benché non sia facile, è fondamentale se vogliamo sfuggire al «totalitarismo tecnico» che si alimenta da questo diffuso senso d’impotenza.
La fine del controllo religioso e morale sull’economia ha coinciso con il riconoscimento di essa, da parte di Adam Smith, come una disciplina autonoma. La fine del controllo sociale sull’economia fu proclamata da autori come Karl Polanyi che ha descritto la fine del «radicamento» dell’economia nella società come «una grande trasformazione». Nell’ultimo quarto del XXo secolo, la globalizzazione ha posto termine al controllo politico sull’economia e la finanza. Il processo di finanziarizzazione non solo è il culmine di questo processo, ma segna anche l’inizio del pensiero economico come paradigma dominante. Oggi, non solo l’economia e la finanza si sono sottratte al controllo metafisico, sociale e politico, ma in assenza di forze in grado di «opporre resistenza», hanno preso il sopravvento sulla metafisica, la società e la politica. Data l’attuale prevalenza della finanziarizzazione, la richiesta di un controllo politico sull’economia è poco più che una pia speranza o una magica filastrocca idealistica la cui realizzazione sembra altamente improbabile nel prossimo futuro.
(3) Cosa si dovrebbe fare?
Per quanto potente possa sembrare, la finanziarizzazione, non è una deterministica «legge» storica il cui progresso è inarrestabile. Il senso generale di impotenza non è quindi completamente giustificato, anche se non tutto è possibile, e di ciò che è possibile non tutto può essere fatto subito. Al mondo d’oggi, la finanziarizzazione ha solide basi intellettuali, sociali, istituzionali e regolamentari. Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, essa è diventata parte integrante della vita quotidiana, non solo del mondo occidentale dal momento che altre culture non hanno opposto resistenza all’ethos dell’efficienza e alla sua batteria di indici statistici . La finanziarizzazione è, però, solo uno dei molti possibili principi organizzatori ed è una scelta che, se portata alle sue estreme conseguenze, è una minaccia sia per l’umanità sia per la società. Questa analisi dimostra che ci sono altri principi, meno visibili, che potrebbero prendere il suo posto – tra questi la nozione di bene comune.
A ogni livello della società si diffonde uno scontro permanente tra le varie correnti di pensiero: a livello microsociale del comportamento e delle decisioni quotidiane, a livello dei meccanismi gia in atto e a livello delle istituzioni. La realtà sociale ed economica, nonostante le apparenze, non è immutabile, ma è influenzata ai suoi margini dalle decisioni quotidiane individuali. I cambiamenti che hanno portato alla finanziarizzazione verranno fermati solo se si scontreranno con una resistenza interna o un’ opposizione esterna. Data l’egemonia del pensiero finanziario, l’unico tipo di resistenza di portata sufficiente a minare il suo potere è quello basato sulla questione del significato. Il concetto di sostenibilità è solo una risposta parziale alla mancanza di significato delle attività finanziarie. Il concetto di significato come unico antidoto alla logica implacabile della tecnologia è stato vigorosamente espresso da Jean-Baptiste Foucauld in questi termini: «La scelta del significato […] riconosce che, accessibile e presente in noi, c’è uno spirito, una coscienza morale, un desiderio di amare e di dare che sono specifici dell’uomo – qualcosa le cui origini e il cui scopo non conosciamo per certo, ma che dobbiamo portare, sviluppare e affermare di fronte a ogni opposizione, contro ogni assurdità, stupidità e ingiustizia, a nostro rischio e pericolo, semplicemente per poter essere noi stessi» (de Foucauld J.B., Les Trois cultures Du dévelopement Humain, Paris, Odile Jacob, 2002, p. 41).
Esploreremo brevemente alcune delle cause che hanno permesso alla finanza di permeare la società. Forse il processo più potente e fondamentale qui studiato è la lenta maturazione delle idee. Ci sono voluti piu di due secoli perche l’ethos dell’efficienza divenisse dominante: paradigma incontestato e visione del mondo dell’era moderna. La nostra prima priorità all’azione deve essere quindi di resistere al tentativo da parte di questo paradigma di monopolizzare il significato – poiché il significato è in primis una questione di fini e solo successivamente di mezzi. Lo scopo quindi non è di rendere la finanziarizzazione più morale, ma di farla sottostare ai fini che rispettino la dignità e la natura umana.
(a) La sfida dell’etica finanziaria
Ci sono state innumerevoli iniziative volte a rendere la finanza «piu morale». Queste hanno dato adito a vari codici professionali di etica finanziaria su cui sono stati pubblicati una serie di libri classici . Questo modo di affrontare il concetto di etica finanziaria – o piuttosto di etica della finanza- richiede l’individuazione di metodi e di regolamentazioni che rendano tali transazioni finanziare «etiche». Il nostro punto focale è il modo in cui queste ultime vengono eseguite: le misure per combattere le operazioni effettuate da persone in possesso di informazioni privilegiate (insider trading), l’aumento della trasparenza, l’obbligo di tenere informati i partner e la lotta alla corruzione e alle truffe (come nel recente scandalo delle opzioni post-datate). Ognuno di questi problemi è importante di per sé, in particolare per quanto riguarda l’organizzazione, la regolamentazione del mercato e la creazione di procedure di compliance all’interno delle aziende . Questo è uno dei principali obblighi per tutte le istituzioni la cui funzione è quella di garantire l’integrità dei mercati e delle transazioni. In realtà, come ha dimostrato la nostra analisi, l’unica funzione di tutte queste misure è di rendere le transazioni il più possibile tecnicamente e formalmente impeccabili. La maggior parte degli sforzi attuali per promuovere l’etica finanziaria si concentrano su questi temi.
In realtà la qualità tecnica delle transazioni è d’importanza secondaria. Il nostro contributo ha messo in evidenza come il tessuto socio-economico possa risultare danneggiato dall’espansione delle transazioni a scapito dei rapporti. Il concentrare troppa energia sulle questioni di micro-regolamentazione distoglie l’attenzione dalla minaccia più grave che la finanziarizzazione arreca al sistema, cioè quella di rendere sterili i rapporti. La micro-regolamentazione dei mercati e dei loro ambienti e’ di per se un’azione insufficiente. In una folla solitaria di individui legati tra loro solo da transazioni, il bene comune è una nozione irrilevante e priva di significato . Al presente, il compito dei politici è solo di regolamentare, in altre parole di usare delle procedure per prevenire scontri tra gli innumerevoli market players, così come avviene nel controllo del traffico automobilistico.
(b) Incoraggiare i rapporti a lungo termine
La finanziarizzazione ha preso il sopravvento grazie alla graduale sostituzione dei rapporti con le transazioni. Questo processo crea una mancanza di fiducia, genera costi di supervisione e infine rende praticamente impossibile la collaborazione, la creatività e l’impegno a lungo termine. In altre parole, la pressione della finanziarizzazione costituisce una minaccia per i rapporti. L’unico modo per resistere a questa pressione è di incoraggiare tali rapporti a lungo termine. Sostiene questo concetto l’idea di una base azionistica stabile e attiva come proposto da alcuni investitori istituzionali che agiscono nell’ambito della Corporate Social Responsibility.
Nel caso delle società per azioni, le golden shares sono prese di mira in tutto il mondo perché implicano che i vari gruppi di azionisti – da una parte quelli stabili, strategici, e dall’altra quelli nomadici alla ricerca di una facile preda – meritino trattamenti diversi. Il vantaggio, però, di tale sistema è quello di introdurre un filtro tra l’economia reale e la turbolenza della finanza, assicurando alle aziende un certo grado di indipendenza strategica. Il fatto che alcune di esse siano state tolte dal listino di borsa (de-listed) e che altre generino un minor numero di financial reports, sembra suggerire che l’essere al riparo dalle nevrosi del mercato azionario possa rappresentare una condizione benefica.
L’importanza degli impegni a lungo termine si può manifestare attraverso i rapporti di lavoro, la remunerazione e anche le ricompense per la dimostrata lealtà. I rapporti di lavoro devono essere più che una semplice negoziazione di condizioni legali. I rapporti che non si basano sulla fiducia rimangono vuoti sia in termini economici che umani e diventeranno dei puri legami formali con potenziale scarso o nullo .
Piuttosto che incoraggiare i rapporti formali, è importante creare un sistema che susciti la fiducia nell’ambito dei rapporti socio-economici. Ci sono già iniziative innovative in questa direzione, dalla «finanza solidale», ai progetti di micro-finanza e agli investimenti responsabili che si basano sui rapporti a lungo termine tra gli azionisti e le aziende .
I rapporti duraturi sono importanti anche in materia di tassazione. Quest’ultima é l’espressione materiale del legame dei «contribuenti» con determinate località del mondo. Ci dovrebbe essere una ricompensa per chi rimane in un solo posto piuttosto che, come succede attualmente, per chi si sposta (tassazione preferenziale per i nuovi arrivati). La tassazione deve sfuggire all’attuale circolo vizioso di sfiducia, in cui i contribuenti considerano i governi come ladri e i governi trattano i contribuenti come delinquenti. Tutte le iniziative in questo campo andrebbero incoraggiate e più saldamente legate ai concetti filosofici ed etici che le sottendono, i quali vanno meglio studiati e conosciuti. Un rapporto che andrebbe consolidato il prima possibile è quello della solidarietà internazionale, in modo particolare gli aiuti allo sviluppo che siano esaurienti e incondizionati – un argomento che, almeno sotto questo nome, è sparito dalle agende internazionali.
Per porre maggiore enfasi sui rapporti a lungo termine, non è necessario un intervento legale o di regolamentazione. È importante riconoscere e premiare la fedeltà e la lealtà nei confronti di luoghi, individui, idee e progetti invece di attrarre le persone con la prospettiva del guadagno facile. Un’azione efficace dipenderà dal comportamento individuale fondato su solide convinzioni. Le transazioni riflettono una preferenza sistematica per un altrove (nello spazio o nel tempo) che la liquidità permette teoricamente di raggiungere a scapito del presente (geografico e temporale). Tuttavia, nonostante i molteplici successi della moderna tecnologia delle comunicazioni, è solo nel presente (geografico e temporale) che lo spirito umano – e naturalmente il bene comune – possono sbocciare.
Oltre che dalla durata nel tempo, i rapporti veri dipendono dalla non eccessiva distanza delle parti – e non solo in termini geografici. Se i rapporti sono solidi e fecondi, le parti devono conoscersi personalmente. Ciò non è vero in molti rapporti odierni, in cui i legami sono puramente legali e le parti non possono guardarsi in faccia. Questo priva i rapporti del loro dinamismo. Se i rapporti torneranno a prevalere, dovranno essere più stretti e meno anonimi, con il ruolo dell’intermediario drasticamente ridotto.
(c) Cambiare il sistema di remunerazione
La remunerazione è stato uno degli strumenti più importanti della finanziarizzazione. Il numero di intermediari e di coloro che aspirano a guadagnare sulle transazioni, ricavandone laute commissioni, è aumentato rapidamente. Questo sistema di remunerazione distoglie l’attenzione delle persone dalle qualità intrinseche - ivi compresa la qualità morale – del proprio lavoro, e le incoraggia, piuttosto, a spostare l’attenzione su come vengono percepiti dagli altri. Favorisce anche l’avidità e la spietata ricerca del guadagno, distogliendo l’attenzione dalla qualità del comportamento delle persone, concentrandosi, invece, sugli effetti di tale comportamento.
Un sistema di remunerazione che incoraggi i rapporti a lungo termine e aumenti la professionalità, contribuirà a ridurre la pressione della finanziarizzazione sui mercati.
La visione della finanza al servizio del bene comune non è una chimera. È il risultato possibile di molte azioni convergenti e di decisioni prese oggi dagli attori impegnati in questo processo. Molti di loro condividono un senso di urgenza sistemica. L’emergere della società in cui «chi vende prende tutto» (seller-takes-all) basato sull’avidità contagiosa è un vicolo cieco senza una prospettiva a lungo termine. Per incoraggiare tali azioni e fornire loro un ampio contesto, l’ «Observatoire de la Finance» - un think tank di Ginevra – ha recentemente lanciato un appello sotto forma di un Manifesto per la finanza a servizio di un bene comune il cui testo si può leggere su http://www.obsfin.ch/manifeste.htm
